Churn Rate: cos'è, come si calcola e come ridurlo con l'email marketing

Churn Rate: cos’è, come si calcola e come ridurlo con l’email marketing

Guida pratica al tasso di abbandono dei clienti: la formula, i benchmark del settore SaaS, e 3 tattiche via email per trasformare una disdetta in un cliente che decide di restare.

Gestire un software in SaaS o un servizio in abbonamento significa puntare tutto sulla costruzione di relazioni a lungo termine con i propri utenti. In questo modello di business, il churn rate, ovvero la percentuale di persone che decide di annullare l’iscrizione, fa semplicemente parte del gioco.

Ma c’è una buona notizia: la relazione con il tuo cliente non finisce nel momento in cui decide di andarsene: anzi, è proprio in quel momento che hai un’occasione concreta per ascoltare le sue esigenze, offrirgli un’alternativa su misura e prolungare la sua permanenza.

In questa guida vediamo cos’è esattamente il churn rate, come si calcola e, soprattutto, vedremo 3 tattiche di email marketing automation che puoi mettere in campo per ridurlo, trasformando una disdetta in un felice “resto con voi”.

Alla ricerca di un video sul churn rate e come ridurlo?

Qui sotto ne trovi uno che fa al caso tuo 👇

Come ridurre il Churn Rate del tuo abbonamento e SaaS grazie alle email

Cos'è il churn rate come calcolarlo in modo semplice

Il churn rate (in italiano, tasso di abbandono) è la percentuale di clienti che smette di usare un prodotto o un servizio in un determinato periodo di tempo, che può essere di un mese, un trimestre, un anno, a seconda del modello di business. 

La formula è semplice:

clienti persi ÷ clienti di partenza × 100

In pratica, se a inizio mese avevi 1.000 clienti e ne hai persi 50, il tuo churn rate mensile è del 5% (50 ÷ 1.000 × 100).

Il churn rate da solo, però, non ti dice se la tua base clienti sta crescendo o si sta restringendo: per saperlo, va sempre considerato insieme ai nuovi clienti che acquisisci nello stesso periodo. 

Facciamo un esempio concreto: hai un SaaS con 1.000 clienti, un churn del 3% al mese, e acquisisci anche 20 nuovi clienti ogni mese. 

Il primo mese perdi il 3% di 1.000, cioè 30 clienti, ma ne acquisisci 20: la tua base scende a 990. Il secondo mese perdi il 3% di 990, cioè circa 30 clienti, e ne acquisisci altri 20: scendi a 980. 

Ricorda sempre che il churn si applica alla base dei clienti del momento, non a quella di partenza, e questo è il motivo per cui il suo effetto si accumula in modo diverso da una semplice moltiplicazione: se calcolassi “30 clienti persi al mese × 12 mesi” otterresti un numero diverso da quello che succede davvero, mese dopo mese, sulla base reale che cambia di volta in volta.

Per capire quanto possa pesare anche una piccola differenza di churn, immagina lo stesso SaaS ma senza nessun nuovo cliente acquisito: con un churn del 3% al mese finiresti l’anno con circa 690 clienti su 1.000; con un churn del 5% al mese, con circa 540. 

Due punti percentuali di differenza nel churn mensile diventano quasi 150 clienti in più persi in un anno: un motivo in più per cui anche recuperare solo una piccola parte di chi sta per cancellarsi, come vedremo con le tattiche più avanti, fa una differenza concreta sui numeri di fine anno, anche quando continui ad acquisire nuovi clienti in parallelo.

Per farti un’idea di cosa significhino questi numeri nel mondo reale ti condivido qualche dato: 

  • secondo le stime di Antenna, una società che monitora il mercato streaming, Netflix ha uno dei churn rate più bassi del settore, intorno al 2% mensile; 
  • per il settore SaaS in generale, Stripe stima un churn medio mensile tra il 5% e il 7%, un intervallo considerato “fisiologico” per aziende che vendono in abbonamento con un modello self-service.

Tornando all’esempio con i 20 nuovi clienti al mese: se ne acquisisci di più di quanti ne perdi, la tua base cresce nonostante il churn; se ne acquisisci di meno, si restringe con lo stesso identico churn rate. Il fatturato, nel breve periodo, potrebbe anche non risentirne, magari perché nel frattempo hai alzato i prezzi, o i clienti rimasti spendono di più, ma il numero di clienti reali si sta comunque riducendo, ed è un segnale che prima o poi si fa sentire anche sul fatturato.

Il churn è "fisiologico" in un modello di business in abbonamento, e ti spiego perché

In un modello di business in abbonamento (che si tratti di un SaaS, di un servizio in streaming o di qualsiasi altro prodotto a pagamento ricorrente) una parte di utenti si cancellerà sempre: magari perché cambiano le priorità, cambiano budget, trovano un’alternativa più adatta a loro. 

È fisiologico, e nessun prodotto, per quanto valido, è del tutto immune a questa dinamica.

Il problema vero, quindi, non è il churn in sé ma quello che può succedere se lo ignori. 

Perché se molte persone si disiscrivono e i tuoi sforzi di marketing si concentrano solo sull’acquisire nuovi clienti paganti, senza provare a recuperare chi se ne sta andando, il fatturato smette di crescere. I vecchi clienti escono da una porta, i nuovi entrano dall’altra, e a lungo andare questa dinamica rende un SaaS poco sostenibile, anche perché acquisire un cliente nuovo costa in media dalle 5 alle 7 volte di più che trattenerne uno che hai già.

Vale la pena anche distinguere tra due tipi di churn, perché richiedono risposte diverse.

  • Il churn volontario si verifica quando un cliente decide attivamente di cancellare il suo abbonamento (o di lasciarlo scadere). Su questo tipo di churn rate puoi intervenire con le tattiche che vedremo tra poco. 
  • Il churn involontario, invece, avviene quando un pagamento fallisce (una carta scaduta, fondi insufficienti) e il cliente perde l’accesso senza aver mai deciso di andarsene. Secondo diverse analisi di settore (tra cui una ricerca di Gong e i dati di Recurly), il churn involontario può rappresentare fino al 20-40% del churn totale di un SaaS: si affronta con tattiche diverse (promemoria di pagamento, retry automatici), ma vale la pena sapere che esiste, perché altrimenti rischi di applicare le tattiche sbagliate al problema sbagliato.

Da qui in avanti, questa guida si concentra sul churn volontario. 

C’è un modo semplice per riconoscerlo, se il tuo strumento di billing non te lo segnala già separatamente: il churn volontario passa quasi sempre da un’azione esplicita del cliente, un clic su “Annulla abbonamento” nel pannello di controllo. 

Il churn involontario, invece, non prevede nessuna azione da parte sua: è il sistema di pagamento a segnalare l’errore, senza che il cliente abbia mai scelto di andarsene. 

Vale la pena verificare se la piattaforma che usi per gestire i pagamenti (Stripe, Paddle o altre) distingue già i due dati: applicare le tattiche di questa guida a chi non ha mai deciso di lasciarti non recupererà nessuno, perché il problema, in quel caso, è tecnico e non commerciale.

Il momento della cancellazione come opportunità di fidelizzazione clienti

Quando un utente clicca su “Annulla sottoscrizione” nel pannello di controllo, la reazione istintiva di molte aziende è lasciarlo andare, magari con un’email di conferma cancellazione fredda e burocratica (“La tua cancellazione è stata registrata”). È un errore, e per un motivo molto concreto: quel momento è probabilmente l’ultima occasione in cui hai davvero la sua attenzione

Una volta completata la cancellazione, il cliente smette di ricevere notifiche dal prodotto, smette di pensarci, e nel giro di pochi giorni anche il problema che lo aveva spinto ad andarsene smette di essere una priorità nella sua testa: non perché sia stato risolto, ma perché ha semplicemente voltato pagina. Superata quella finestra di pochi giorni, le probabilità di farlo tornare scendono in fretta.

C’è anche un secondo motivo, meno ovvio, per intervenire esattamente in quel momento: è probabilmente la prima volta, in tutto il rapporto con quel cliente, in cui ti sta dicendo in modo chiaro cosa non va

Fino a quel clic potevi solo intuire il motivo del suo malcontento, o magari non lo conoscevi affatto. Il momento della cancellazione è l’occasione giusta per andarlo a chiedere direttamente, ad esempio con una domanda rapida nello stesso flusso di cancellazione (“Perché stai andando via?”): quella risposta ti permette di capire quale delle tattiche che vedremo tra poco proporgli, invece di offrire la stessa cosa a chiunque.

L’obiettivo di questa comunicazione, però, non è implorarlo di restare con un generico “non andartene!”. È offrirgli un’alternativa che risolva davvero il motivo per cui sta andando via: che sia il prezzo, la rigidità dell’abbonamento, o magari una funzione non disponibile. Vista così, la cancellazione smette di essere la fine della storia con quel cliente, e diventa semplicemente il punto in cui la storia può prendere una piega diversa.

Come intercettare l'evento di cancellazione e inviare email di recupero clienti in automatico

Perché la cancellazione possa davvero trasformarsi in un’occasione per il cliente di restare, la comunicazione giusta deve arrivare nel momento esatto in cui clicca su “Annulla sottoscrizione”. 

Per farlo serve un collegamento tecnico tra il tuo software (o la piattaforma di pagamento che usi) e il tuo sistema di email marketing.

Il flusso logico è questo: quando l’utente clicca su “Annulla sottoscrizione”, il tuo sistema registra l’evento. Tramite un’integrazione (spesso un webhook, ovvero un meccanismo che permette a due strumenti diversi di scambiarsi informazioni in tempo reale) quell’evento fa partire un’automazione sul tuo servizio di email marketing, senza che tu debba fare nulla manualmente.

In pratica, se il tuo SaaS gestisce i pagamenti tramite una piattaforma come Stripe o Paddle, il collegamento potrebbe funzionare così:

💳

1. La piattaforma di pagamento genera un evento nel momento in cui un abbonamento viene cancellato (Stripe, ad esempio, lo chiama “customer.subscription.deleted”).

🔗

2. Un servizio ponte come Zapier o Make intercetta l’evento tramite webhook.

🏷️

3. L’automazione aggiorna il contatto sul tuo sistema di email marketing, spostandolo in un segmento dedicato (ad esempio “Cancellazione in corso”).

📧

4. Il flow collegato a quel segmento parte in automatico, con una sequenza di email pensata apposta per questo momento, e vedremo tra poco quali tattiche usare per costruirla.

Non serve costruire nulla da zero: la maggior parte delle piattaforme di pagamento più diffuse ha già un’integrazione diretta o tramite webhook verso i principali strumenti di email marketing, incluso Emailchef. Il lavoro vero da fare è a monte: decidere quale tattica proporre, e scrivere il testo delle email che la accompagnano.

Da questo momento in poi, la palla passa alle tattiche vere e proprie. Vediamo quali sono le tre più efficaci.

3 tattiche di email marketing per ridurre il churn rate

Le tre tattiche che seguono sono pensate per tre situazioni diverse, ognuna legata a un motivo specifico per cui un cliente decide di cancellarsi: 

  • chi paga per funzioni che non usa abbastanza, 
  • chi non sopporta psicologicamente i pagamenti ricorrenti, 
  • e chi sta solo attraversando un momento economico difficile e temporaneo. 

Se hai chiesto direttamente al cliente perché sta andando via (ad esempio con una breve domanda proprio nel modulo di cancellazione, prima che confermi l’annullamento) la sua risposta ti indica quale tattica proporre

  • se parla di prezzo o di funzioni che non usa, puoi proporre il downsell; 
  • se il problema è il pagamento ricorrente in sé, puoi usare la one-time offer
  • se parla di un momento economico difficile, potresti offrirgli lo sconto sul trimestre.

Se invece non hai questa informazione, puoi comunque proporre più tattiche in sequenza, a distanza di un giorno l’una dall’altra: prima il downsell, poi, solo per chi non ha risposto alla prima email, la one-time offer.

⚠️

Attenzione però a non esagerare.

Più di due email in questa sequenza rischiano di comunicare il contrario di quello che vuoi trasmettere, cioè disperazione invece che comprensione. Il limite di due tentativi non è casuale: superata quella soglia, meglio fermarsi e lasciare che sia il cliente, se interessato, a tornare sui suoi passi in autonomia.

1. Il Downsell

Spesso le persone cancellano un abbonamento perché in quel momento lo stanno usando poco, e sentono di pagare troppo per funzioni che non sfruttano davvero.

Non è solo un’impressione: secondo un’analisi di ProfitWell su oltre 23.000 cancellazioni SaaS:

  • il 29% avviene perché il prezzo è percepito come troppo alto
  • e un altro 19% perché il cliente non usa abbastanza il prodotto per giustificarne il costo. 

Insieme, rappresentano quasi la metà di tutte le cancellazioni e sono esattamente i due casi in cui il downsell funziona meglio.

Invece di perdere completamente questi utenti, offri loro un piano ridotto, magari già con un popup di avviso direttamente nel software, prima ancora che la cancellazione sia definitiva. Se l’utente accetta e seleziona il piano proposto, hai raggiunto il tuo obiettivo. Se invece completa comunque la disdetta, è qui che entra in gioco un’email automatica più strutturata.

Nel testo, ringrazialo del tempo passato insieme e della fiducia mostrata fino a quel momento. Fagli capire che comprendi la sua situazione, e che, visto che non stava usando tutte le funzioni, esiste una versione meno costosa pensata proprio per un utilizzo come il suo. 

Un esempio di come potrebbe essere la tua email di downsell:

Puoi rafforzare il messaggio con le recensioni di altri utenti soddisfatti che usano proprio quel piano ridotto. Chiudi con una call to action chiara che porta dritto al piano proposto.

Vale la pena investire tempo in questa tattica: secondo dati raccolti da OpenView, le aziende SaaS che offrono un percorso di downgrade strutturato al momento della cancellazione trattengono in media il 18-23% di fatturato in più dal gruppo di clienti che stava per andarsene, rispetto a chi non lo offre.

2. La One-Time Offer

Questa tattica è perfetta per chi odia psicologicamente i costi fissi ricorrenti: invece di un abbonamento, proponi un pagamento unico

Secondo dati raccolti da Marketing LTB, il 41% dei consumatori dichiara di sentire una vera e propria “stanchezza da abbonamenti” (subscription fatigue), spesso dovuta all’accumulo di più addebiti ricorrenti diversi da gestire ogni mese. Per questa fetta di clienti, non è il prezzo il problema: è la forma del pagamento stesso.

Puoi affiancare questa tattica al downsell nello stesso flow, lasciando che sia l’utente a scegliere quale delle due opzioni gli si addice di più. È una soluzione molto usata da software e servizi creativi, dove è comune trovare utenti che preferiscono “possedere” una licenza piuttosto che affittarla mese dopo mese. Se il cliente sta cancellando perché il pagamento ricorrente in sé gli genera ansia, la soluzione può essere una licenza lifetime.

Un esempio di come potrebbe suonare questa email, magari inviata il giorno dopo quella del downsell, nello stesso flow:

In questo modo stai monetizzando un cliente che, di fatto, avevi già perso al 100%, trasformando quello che sembrava un problema in un’immediata iniezione di liquidità. Sul prezzo, una linea guida comune nel settore è ancorare la licenza a vita a un valore equivalente a circa 12-24 mesi dell’abbonamento standard: sufficiente per non svendere il prodotto, ma abbastanza vicino al costo che il cliente già considerava accettabile da renderlo un’offerta credibile. Il consiglio è offrire solo una soluzione base in questa fase: quando il cliente avrà bisogno di qualcosa in più, ci sarà tempo per proporre gli upgrade mensili.

3. Lo sconto sul trimestre

L’ultima tattica è un classico salvagente: uno sconto sul prezzo abituale per i mesi successivi alla cancellazione, utile quando sai che i tuoi clienti attraversano periodi di stagionalità o piccoli cali di fatturato momentanei. Non vogliono davvero andarsene: hanno solo bisogno di tirare il fiato per qualche mese. È una tattica tipica di app per imparare le lingue o servizi di streaming musicale, dove l’utilizzo (e quindi la percezione del valore) varia molto durante l’anno.

Secondo i dati di Churnkey, i clienti che accettano uno sconto di questo tipo al momento della cancellazione restano in media altri 5,1 mesi, e l’11% è ancora abbonato un anno dopo. Lo stesso studio indica un 20-25% di sconto per due o tre mesi come intervallo standard, ed è proprio quello che questa tattica propone.

Ti consiglio di usarla in alternativa alle prime due tattiche, e solo in alcuni periodi dell’anno, in base al tuo target e alla stagionalità del tuo settore.

Nel momento in cui l’utente disdice, puoi far comparire un popup nel software che propone un forte sconto per i successivi tre mesi, con il rinnovo al prezzo standard dal quarto mese in poi. Se l’utente non accetta e completa comunque la disdetta, passi la palla all’email marketing: imposta una scadenza breve per lo sconto (3-5 giorni) e invia, in quella finestra di tempo, un’email al giorno che parli dei vantaggi del prodotto, di casi studio reali, di recensioni positive, dei problemi concreti che risolve.

Un esempio di come potrebbe suonare la prima di queste email:

L’obiettivo è far sentire il cliente compreso, non pressato, e dargli il tempo di rivalutare la situazione senza sentirsi in trappola.

Quale tattica scegliere per il tuo SaaS

Tattica Ideale quando... Rischio principale
Downsell
Il cliente usa poco il prodotto rispetto a quanto paga
Può svalutare il tuo piano principale se usato troppo spesso
One-Time Offer
Il cliente rifiuta psicologicamente i pagamenti ricorrenti
Rinunci a ricavi ricorrenti futuri per un incasso una tantum
Sconto sul trimestre
Il cliente attraversa un calo di fatturato stagionale o temporaneo
Se usato fuori stagione, sembra solo uno sconto generico

Le tre tattiche non si escludono a vicenda: puoi inserirle in sequenza nello stesso flow (prima il downsell, poi la one-time offer per chi non ha risposto), oppure attivarne una sola in base al periodo dell’anno, come nel caso dello sconto trimestrale.

Misurare se la tua strategia contro il churn rate funziona: quanto aspettare?

Un’automazione contro il churn non dà risultati visibili dal primo giorno: ha bisogno di un ciclo completo del tuo abbonamento (un mese, se fatturi mensilmente) prima di generare dati sufficienti per capire se sta funzionando. Nei primi 30-60 giorni, concentrati su un solo indicatore: quante persone che hanno cliccato “Annulla” hanno poi accettato una delle tue offerte, rispetto a quante hanno completato comunque la cancellazione.

Per avere un punto di riferimento realistico, invece di procedere a intuito. Secondo dati convergenti di più fonti di settore, Churnkey, che ha analizzato oltre 3 milioni di sessioni di cancellazione, insieme a Paddle/ProfitWell e Chargebee, un flusso di recupero ben costruito salva tra il 20% e il 40% di chi stava per cancellarsi. Il 10-20% è considerato un livello minimo, cioè il risultato di un flusso funzionale ma poco personalizzato; se sei sotto quella soglia, è un segnale concreto che c’è margine di miglioramento, non che l’approccio in sé non funzioni.

In quel caso, prima di abbandonare l’automazione prova a intervenire su una variabile alla volta, lasciando passare un ciclo completo prima di valutare l’effetto: il testo delle email, l’ordine in cui proponi le tre tattiche, oppure l’entità dello sconto o del downgrade offerto. Cambiare più cose insieme rende impossibile capire cosa ha davvero funzionato.

Anche un piccolo miglioramento nel tasso di recupero ha un effetto che si accumula nel tempo, per lo stesso motivo per cui il churn si accumula. Prendi il SaaS da 1.000 clienti con un churn del 5% al mese di cui parlavamo prima, che senza automazioni perderebbe circa 460 clienti in un anno: se un flusso di recupero salva anche solo il 15% di chi sta per cancellarsi, significa riportare a bordo circa 69 di quei 460 clienti nell’arco dell’anno. Non è un numero enorme, ma è la differenza tra 69 clienti persi per sempre e 69 clienti che continuano a pagarti ogni mese.

Errori da evitare in un’automazione per ridurre il churn rate

📅

Non proporre tutte le offerte insieme, nella stessa email.

Rischi di confondere il cliente con troppe opzioni nello stesso momento in cui sta già valutando se andarsene o restare. Meglio una sequenza scaglionata nel tempo, come descritto sopra.

📊

Non dimenticare di misurare i risultati.

Tieni traccia di quante persone accettano ciascuna offerta rispetto a quante completano comunque la cancellazione: è l’unico modo per capire quale tattica funziona meglio per il tuo pubblico specifico, invece di lasciarle attive per sempre “perché sembrava una buona idea”.

📣

Non usare un tono disperato.

Frasi come “non andartene, ti prego” comunicano debolezza, non valore. Il tono giusto è quello di chi capisce la situazione del cliente e gli offre una soluzione concreta, non di chi lo sta implorando.

🔁

Non trascurare chi accetta l'offerta.

Un cliente che ha accettato un downsell o una one-time offer va comunque seguito: se in futuro torna a usare il prodotto più intensamente, è il momento giusto per riproporre un upgrade, non per dimenticarsene.

Ridurre il churn rate e possibile e può migliorare i tuoi guadagni

Ognuna di queste tre tattiche (downsell, one-time offer, sconto sul trimestre) può contribuire ad abbassare il tuo churn rate. Anche se riuscissi a recuperare solo il 10% delle persone che ogni mese provano a cancellarsi, alla fine dell’anno avresti salvato una parte di fatturato che altrimenti avresti perso per sempre.

E la parte migliore è che, una volta collegato il tuo sistema di pagamento al tuo strumento di email marketing (come visto nella sezione sull’integrazione), le email di recupero partono da sole a ogni cancellazione, senza che tu debba ricordarti di inviarle o scriverle una per una. 

Ricorda anche che queste tattiche affrontano solo il churn volontario: se il tuo SaaS ha un volume alto di pagamenti falliti, vale la pena costruire in parallelo anche un sistema di recupero per il churn involontario, visto che insieme possono rappresentare fino al 40% delle cancellazioni totali. Ma il primo passo, quello che questa guida ti ha mostrato, resta il più immediato da mettere in pratica: intercettare il momento della cancellazione, e offrire un’alternativa prima che la relazione con il cliente finisca davvero.

Se vuoi costruire il tuo primo flow di recupero clienti e collegarlo al tuo sistema di pagamento, puoi aprire gratis il tuo account Emailchef e iniziare a impostare le tue automazioni contro il churn in pochi minuti!

Domande frequenti sul churn rate

SaaS è l’acronimo di Software as a Service: il modello di business, ormai il più diffuso e redditizio nel software, in cui i clienti accedono a un programma pagando un abbonamento mensile o annuale invece di acquistare una licenza una tantum. Strumenti come Adobe Photoshop, che un tempo si compravano una volta per tutte, sono da anni diventati SaaS: paghi una licenza ricorrente, e se scade smetti di poter accedere al software o ai file salvati sul cloud.

Il churn rate è la percentuale di clienti che smette di usare un prodotto o un servizio in un determinato periodo di tempo. È una delle metriche più importanti per chi gestisce un modello di business ad abbonamento, perché misura direttamente quanto stai riuscendo a trattenere i clienti che hai già acquisito.

I segnali più comuni che anticipano una cancellazione includono: un calo nell’utilizzo del prodotto, l’assenza di login per un periodo prolungato, il mancato utilizzo delle funzioni principali per cui il cliente aveva sottoscritto l’abbonamento, e ovviamente i tentativi di contattare l’assistenza per lamentele ripetute.

Dipende dal settore e dal tipo di clientela, ma per aziende SaaS B2C con modello self-service un churn mensile tra il 2% e l’8% è generalmente considerato accettabile. Sotto il 5% mensile è già un buon risultato per la maggior parte dei modelli in abbonamento.

No, sono complementari: il churn rate misura chi se ne va, il retention rate misura chi resta. Se il tuo churn rate mensile è del 5%, il tuo retention rate per lo stesso periodo è del 95%. Monitorarli insieme dà un quadro più completo della salute del tuo business.

La retention (fidelizzazione) è la percentuale di clienti che rimangono con te in un determinato periodo — l’esatto opposto del churn. Se il tuo churn rate mensile è del 5%, la tua retention per lo stesso periodo è del 95%. Le due metriche vanno sempre lette insieme: un churn basso ma una retention che scende comunque nel tempo può segnalare che stai trattenendo i clienti sbagliati, o per il periodo sbagliato.

Immagine di Luca Marras

Luca Marras

Scritto da Luca Marras: CEO presso Emailchef, esperto di email marketing e email deliverability.

Hai trovato interessante questo articolo?
Condividilo con i tuoi contatti!