Storytelling nel marketing: come vendere raccontando storie

Storytelling nel marketing: come vendere raccontando storie

Spesso i messaggi di marketing vengono ignorati. Ma quelli che funzionano hanno una cosa in comune: raccontano una storia.

Ti è mai capitato di comprare da un piccolo brand dopo un post in cui il fondatore raccontava la nascita dell’idea?

Oppure di restare incollato a un video di un artigiano che mostra come lavora: i tentativi sbagliati, i materiali scartati, la faccia soddisfatta quando il pezzo viene bene … e ritrovarti cinque minuti dopo sul suo sito a guardare i prezzi. 

O di scegliere un ristorante non per il punteggio su Google, ma perché il proprietario aveva scritto qualcosa sui social che ti aveva colpito.

Ok: quello è storytelling nel marketing. 

E sì, funziona. Anche se chi lo subisce raramente se ne accorge.

La maggior parte delle aziende continua a comunicare con sconti, elenchi di caratteristiche e call to action aggressive. Produce risultati? A volte. 

Ma c’è un motivo se i messaggi che ci restano in testa non sono quasi mai quelli con scritto “ULTIMO GIORNO: -30%”.

Sono quelli che raccontano una storia.

In questo articolo vediamo: 

  • cos’è lo storytelling applicato al business, 
  • perché funziona (spoiler: c’entrano le neuroscienze), 
  • come si costruisce una storia che vende, 
  • e come applicarlo in pratica, partendo da uno dei canali più sottovalutati per raccontare storie: l’email.

Preferisci vedere un video sull’argomento?

Qui sotto ne trovi uno che parla proprio di storytelling e marketing.

Vendere con le Email grazie allo Storytelling

Cos'è (e cosa non è) lo storytelling nel marketing.

Lo storytelling nel marketing è l’uso della narrazione per comunicare il valore di un brand, di un prodotto o di un servizio. 

Invece di elencare caratteristiche e vantaggi, racconti una storia in cui il cliente si riconosce e attraverso quella storia, il tuo messaggio diventa memorabile, credibile e persuasivo.

⚠️ Ma attenzione: storytelling non significa “inventare storie”. Non significa nemmeno scrivere testi più lunghi, aggiungere aneddoti a caso o raccontare la propria vita su Instagram. 

Lo storytelling nel marketing è una struttura precisa che trasforma un messaggio commerciale in qualcosa che le persone vogliono leggere, guardare o ascoltare.

Facciamo un esempio pratico. 

Immagina di vendere olio extravergine. Potresti descriverlo così:

“Il nostro olio extravergine è prodotto con olive taggiasche raccolte a mano. Acidità 0,2%. Premiato al concorso internazionale di New York.”

Oppure potresti raccontarlo così:

“Ogni anno mio padre inizia a controllare le olive a fine ottobre.
Le guarda una per una, ne apre qualcuna con le dita, studia il colore della polpa.

Dice che il momento giusto per raccogliere non te lo dice il calendario: te lo dicono le olive.

Quest’anno quel momento è arrivato il 14 novembre.
L’acidità? 0,2%. Noi l’abbiamo scoperto in laboratorio. Lui l’aveva già capito dal colore della buccia.”

I dati sono identici: olive taggiasche, raccolta a mano, acidità 0,2%.

Ma nel secondo caso hai visto qualcuno che apre le olive con le dita e decide il giorno giusto dall’esperienza, non da una tabella. L’acidità non è più un numero su un’etichetta: è il risultato di una passione.

La differenza non è in cosa dici, ma in come lo dici.

Perché lo storytelling funziona: non è magia, è neuroscienze.

Lo storytelling non è un trucco retorico. Funziona perché il cervello umano è letteralmente cablato per elaborare le informazioni sotto forma di storie.

Quando leggiamo un elenco di caratteristiche di un prodotto, si attivano solo le aree del cervello deputate alla comprensione del linguaggio. 

Quando leggiamo una storia, si attivano anche le aree motorie, sensoriali ed emotive, come se stessimo vivendo quell’esperienza in prima persona. È quello che i neuroscienziati chiamano “accoppiamento neurale”: il cervello del lettore si sincronizza con quello del narratore.

Per il marketing, questo ha tre conseguenze pratiche.

  • La prima è la memorabilità.
    I dati presentati sotto forma di narrazione vengono ricordati molto più facilmente rispetto agli stessi dati presentati in modo isolato. Se dici “acidità 0,2%” lo dimentico in cinque minuti. Se mi racconti di qualcuno che apre le olive con le dita per capire quando raccoglierle, quella scena mi resta in testa (e lo 0,2% viene con lei).
  • La seconda è la fiducia.
    Le storie abbassano le difese cognitive del lettore. Quando qualcuno ci racconta una storia, non attiviamo i filtri critici che normalmente usiamo di fronte a un messaggio pubblicitario. Non stiamo “valutando un’offerta”, stiamo ascoltando qualcuno. Questa è la ragione per cui un brand che racconta storie autentiche genera fiducia in un modo che nessun claim pubblicitario può eguagliare.
  • La terza è l’azione.
    Una storia ben costruita crea tensione narrativa (un problema irrisolto, una sfida aperta) e il cervello cerca naturalmente una risoluzione. Se quella risoluzione è il tuo prodotto o servizio, la call to action diventa la conclusione logica della storia, non un’interruzione. Il clic arriva da solo.

La struttura dello storytelling che funziona nel business.

Non serve essere scrittori per fare storytelling nel marketing.

Serve conoscere una struttura. La più efficace nel contesto commerciale si compone di tre elementi.

1. L'eroe (che non è né la tua attività né ciò che offri).

L’errore più diffuso nello storytelling aziendale è mettersi al centro della narrazione.

“La nostra azienda è leader nel settore…”,

“Siamo orgogliosi di annunciare…”,

“Il nostro team pluripremiato…”.

A nessuno interessa.

L’eroe della tua storia è sempre il tuo cliente. È lui che ha un problema, un desiderio, un obiettivo da raggiungere. Tu non sei il protagonista del film: sei un personaggio secondario (molto importante, ma secondario).

2. L'ostacolo.

Nessuna storia funziona senza un conflitto. Se il tuo cliente vuole qualcosa e la ottiene al primo colpo, non c’è niente da raccontare. Senza un problema da risolvere, non esiste storia.

Chiediti: qual è la sfida che il mio cliente sta affrontando? 

Magari ha provato tre software di gestione e nessuno faceva quello che prometteva. O riceve ordini dall’estero ma non ha idea di come gestire spedizioni e dogane. O sta cercando da settimane una torta senza glutine per suo figlio che non sembri fatta di cartone.

Quando descrivi un ostacolo in cui il lettore si riconosce, succede qualcosa di potente: smette di leggere per curiosità e inizia a leggere per sé stesso. Vuole sapere come finisce perché quella è anche la sua storia.

3. La Guida (ecco dove entri in scena tu).

In ogni grande narrazione c’è un mentore che dà all’eroe lo strumento per vincere. Gandalf dà la spada a Frodo. Obi-Wan insegna a Luke la Forza. Il tuo ruolo nel marketing è esattamente quello: sei la guida che fornisce la soluzione.

Il tuo prodotto o servizio è lo strumento che l’eroe usa per superare l’ostacolo.

⚠️ Ma nota bene: arrivi nella storia solo dopo aver descritto il problema. Se salti al prodotto senza costruire il contesto, stai facendo una pubblicità, non storytelling.

Questa struttura (Eroe, Ostacolo, Guida o Viaggio dell’Eroe) è universale. Funziona in un video di 30 secondi, in una pagina “Chi Siamo”, in un post sui social e, come vedremo, funziona incredibilmente bene nelle email.

Lo storytelling in pratica: tre approcci che funzionano.

La struttura Eroe-Ostacolo-Guida è il motore di ogni buona storia. 

Ma nella pratica, le storie che un’azienda può raccontare non sono tutte uguali. 

Ci sono tre tecniche di storytelling che funzionano nel marketing, indipendentemente da cosa vendi o da quanto è grande il tuo business. 

Ognuno risponde a una domanda diversa che il tuo potenziale cliente si sta facendo.

1. Come è fatto quello che compro?

È la domanda che si fa chiunque stia valutando un acquisto che non sia puramente impulsivo. E il modo migliore per rispondere non è una scheda tecnica: è mostrare il processo di creazione e produzione. 

Chi produce qualcosa di fisico ha poi un grande vantaggio: il processo si vede e si può mostrare. Pensa ai piccoli produttori di vino che raccontano la vendemmia, o ai brand di moda sostenibile che mostrano la filiera dalla fibra al capo finito.

Ma non serve vendere prodotti fisici per usare questo approccio. 

Un’azienda di software può raccontare il percorso che ha portato a una funzionalità: le idee scartate, i test con gli utenti, il momento in cui finalmente tutto ha funzionato come doveva. Un consulente può condividere il processo di analisi che ha portato a una strategia vincente. Un e-commerce può mostrare il dietro le quinte del magazzino alle 6 di mattina durante il Black Friday.

Il principio è sempre lo stesso: mostrare il lavoro, le difficoltà e le scelte che stanno dietro al risultato finale. Questo trasforma un prodotto in una storia di impegno, e l’impegno genera rispetto, che genera fiducia, che genera vendite.

📌 Esempio

Patagonia: mostrare tutto, anche i fallimenti.

Patagonia, noto brand di abbigliamento outdoor, offre uno dei casi più interessanti di storytelling del “dietro le quinte” perché ha fatto una scelta radicale: non mostrare solo il bello del processo produttivo, ma anche quello che non funziona.

Ogni anno pubblica un report in cui elenca i suoi progressi ambientali accanto ai fallimenti. Come quando ha ammesso pubblicamente di aver raggiunto solo il 6% di un obiettivo del 50% sui materiali riciclati. 

Un’azienda che ammette di non aver mantenuto una promessa dovrebbe perdere credibilità. Invece succede l’opposto: i clienti si fidano di più, perché sanno che quando Patagonia dice qualcosa di positivo, è vero.

Il momento più emblematico resta la campagna “Don’t Buy This Jacket” del 2011: un’intera pagina del New York Times, pubblicata durante il Black Friday, in cui Patagonia elencava i costi ambientali della produzione di una sua giacca e chiedeva ai clienti di non comprarla se non ne avevano davvero bisogno.

Guida completa allo storytelling: il caso Patagonia

Una mossa che sembrava andare contro ogni logica di marketing. Invece ha rafforzato enormemente la fiducia nel brand.

La lezione per qualsiasi azienda? Non serve raccontare solo i successi.

Mostrare le scelte difficili, gli errori e i compromessi è spesso più efficace di qualsiasi campagna patinata. La trasparenza, quando è autentica, vende più della perfezione.

2. Perché dovrei fidarmi di te?

È la domanda silenziosa che ogni potenziale cliente si porta dietro, anche quando non la formula. E la risposta più convincente non viene da te: viene dai tuoi clienti. I brand più sofisticati nello storytelling non raccontano la propria storia: raccontano quella di chi li ha già scelti. Ogni testimonianza diventa un mini-racconto di trasformazione con la struttura Eroe-Ostacolo-Guida.

Questa tecnica funziona perché sfrutta un meccanismo psicologico potentissimo: l’immedesimazione. 

Quando un potenziale cliente legge la storia di qualcuno che aveva i suoi stessi problemi e li ha risolti grazie al tuo servizio, non sta più valutando un fornitore: sta già immaginando di risolvere i suoi.

Non servono testimonial famosi. Serve un cliente reale, un problema concreto, dei risultati misurabili e una conclusione che faccia pensare al lettore: “Se ha funzionato per lui, può funzionare per me”.

📌 Esempio

Airbnb: lasciare che siano i clienti a raccontare il brand.

La piattaforma digitale per gli affitti brevi Airbnb, ha costruito il suo intero storytelling intorno a una scelta precisa: non raccontare la piattaforma, ma le persone che la usano.

Sul sito, sui social e nella comunicazione pubblicitaria, i protagonisti non sono mai le funzionalità del servizio o i prezzi competitivi. Sono gli host che aprono le porte delle loro case e i viaggiatori che ci raccontano cosa hanno vissuto. 

Airbnb ha dedicato un’intera sezione del suo sito alle “Stories” (video e racconti di host e ospiti da tutto il mondo) e ha costruito campagne come “Belong Anywhere” interamente sulle storie reali della sua community.

1/2 Billion Guest Arrival | Belong Anywhere | Airbnb

Il risultato è che chi arriva su Airbnb non sta valutando un servizio di affitto: sta leggendo le esperienze di persone come lui. È immedesimazione allo stato puro. E quando il potenziale cliente si riconosce nella storia di un altro viaggiatore, la decisione di prenotare diventa naturale.

La lezione? Non devi essere tu a dire che il tuo servizio funziona. Lascia che lo dicano i tuoi clienti con una storia vera, con un prima e un dopo, con dettagli concreti in cui qualcun altro possa riconoscersi.

3. Perché questa azienda esiste?

È la domanda più profonda, e quella che crea il legame più forte. Lo storytelling delle origini, il “perché” dietro alla nascita di un’azienda, è forse la forma più potente di brand storytelling. 

Alcuni degli esempi di storytelling aziendale più efficaci nascono proprio da qui: non da campagne pubblicitarie milionarie, ma da fondatori che hanno avuto il coraggio di raccontare perché hanno iniziato.

Ma attenzione: non stiamo parlando di scrivere una cronologia aziendale (“fondata nel 2005, 200 dipendenti, sede a Milano”). Si tratta di rispondere a una domanda: perché esisti?

Le storie delle origini funzionano quando contengono un elemento di vulnerabilità: un fallimento, una frustrazione, una scelta controcorrente.

“Ho fondato questa azienda perché la mia prima attività è fallita e ho giurato di aiutare altri a non fare i miei stessi errori”

È mille volte più potente di

“siamo un team di professionisti con 20 anni di esperienza”.

Questo tipo di narrazione non è solo un esercizio di branding. Ha un effetto diretto sulle vendite, perché crea un effetto ancoraggio: tutto ciò che comunicherai in futuro verrà letto attraverso il filtro della tua storia. I tuoi prezzi sembreranno più giustificati, le tue offerte più credibili, i tuoi consigli più autorevoli.

📌 Esempio

Apple: il garage, il pulmino e una storia che dura da 50 anni.

Apple è forse l’esempio più potente di storytelling delle origini mai costruito. La storia è nota: nel 1976, Steve Jobs e Steve Wozniak fondano l’azienda nel garage della famiglia Jobs a Los Altos, in California. Per finanziare il progetto, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen e Wozniak la sua calcolatrice scientifica. 

Raccolgono 1.300 dollari e costruiscono il primo Apple I, una scheda madre senza monitor né tastiera, venduta a 666,66 dollari.

Ma il punto non è la storia in sé: è come Apple l’ha usata. 

Quel garage è diventato il simbolo di una visione. Il messaggio non era “siamo partiti dal nulla”, ma “abbiamo sempre pensato in modo diverso”. 

La campagna “Think Different” del 1997 ha cristallizzato questa narrazione, posizionando Apple non come un’azienda di computer ma come un brand per chi vede il mondo in modo diverso.

Guida completa allo storytelling: il caso Apple

Il risultato è che ancora oggi, a 50 anni dalla fondazione e con una capitalizzazione di oltre 3.600 miliardi di dollari, Apple continua a essere percepita come l’azienda “nata in un garage”. 

Quella storia delle origini è diventata il filtro attraverso cui milioni di persone leggono ogni prodotto, ogni lancio, ogni decisione dell’azienda.

La lezione? Una buona storia, se raccontata nel modo giusto, diventa parte permanente dell’identità del tuo brand, e tutto quello che comunicherai dopo verrà letto attraverso quella lente.

Perché l'email è il canale perfetto per lo storytelling (ma pochi lo sfruttano davvero).

Lo storytelling funziona ovunque: sui social, in un video, in un articolo di blog, in un podcast. Ma se dovessi scegliere un solo canale per raccontare storie ai clienti, sceglierei l’email. 

E non perché vendiamo una piattaforma di email marketing, ma perché l’email ha una caratteristica che nessun altro canale ha.

Un post sui social compete con centinaia di altri contenuti nel feed, e un algoritmo decide se mostrarlo o no. Un video richiede produzione, editing, piattaforme. Un articolo di blog deve fare i conti con la SEO e i tempi di indicizzazione.

Un’email arriva direttamente nella casella di posta del tuo lettore. Non c’è algoritmo, non c’è feed che la seppellisce. È uno spazio uno-a-uno, dove hai l’attenzione del destinatario senza competere con nient’altro.

Eppure, la stragrande maggioranza delle email aziendali sembra il volantino delle offerte del supermercato: 

  • “Sconto del 20%”, 
  • “Compra subito”, 
  • “Ultimi pezzi”. 

Il risultato? Il tasso di clic medio delle email promozionali si aggira intorno al 2-3%. Su 100 persone che aprono la tua email, 97 non fanno nulla.

Le email narrative sfruttano quel vantaggio invece di sprecarlo. Una storia in un ambiente senza distrazioni viene letta fino in fondo, non scansionata in due secondi. 

Inoltre, questo genere di email genera risposte dirette: le persone ti scrivono come se fossi un conoscente, non un’azienda. E quando il lettore clicca, arriva sul tuo sito già coinvolto dalla storia, non ancora da convincere.

L’email, in altre parole, è una delle forme più efficaci di storytelling digitale: unisce la profondità della narrazione scritta con la possibilità di raggiungere il lettore in uno spazio privato, senza intermediari.

Storytelling via email: 3 formati da usare subito.

Email 1: il "dietro le quinte".

L’idea è semplice: invece di presentare solo il prodotto finito, racconti il lavoro che c’è dietro. Le scelte difficili, i tentativi andati male, il momento in cui finalmente è venuto bene. È lo stesso principio per cui un piatto da 30 euro al ristorante sembra giustificato se lo chef ti racconta da dove vengono gli ingredienti.

Funziona per qualsiasi settore: un artigiano può raccontare la ricerca del materiale giusto, un’azienda di software il percorso dietro una nuova funzionalità, un consulente il ragionamento che lo ha portato a un certo metodo di lavoro.

Vediamo come funziona con un esempio concreto. Immagina di vendere borse in pelle artigianali e di aver appena lanciato un nuovo modello. Invece di mandare la classica email con la foto del prodotto e il prezzo, racconti il percorso che ti ha portato a quel modello.

L’oggetto dell’email potrebbe essere qualcosa come:

“Due mesi per trovare la pelle giusta (e due prototipi buttati)”.

Già dall’oggetto, il lettore capisce che non è la solita promozione: c’è una storia dietro, e vuole sapere come va a finire.

Nel corpo dell’email racconti il percorso:

Nota cosa succede: il lettore non vede più una borsa da 100 euro. Vede il lavoro, le scelte, i fallimenti

Il prezzo smette di essere un costo e diventa un investimento in qualcosa di curato. Un’email così funziona benissimo al lancio di un nuovo prodotto, ma puoi usarla anche come contenuto ricorrente nella tua newsletter, ogni volta che c’è un processo interessante da raccontare.

Email 2: la storia delle origini.

È l’email più semplice da scrivere perché la storia la conosci già: è la tua.

Il posto migliore per questo messaggio è la sequenza automatica di benvenuto, come seconda o terza email dopo l’iscrizione. 

Il motivo è semplice: le email di benvenuto hanno tassi di apertura molto più alti della media, spesso il doppio o il triplo. È il momento in cui il nuovo iscritto ti sta prestando più attenzione, e non dovresti sprecarlo con un coupon del 10%.

▶️ Scopri di più sulle email di benvenuto: guarda il video Cos’è una Welcome serie.

Immagina di avere un piccolo brand di cosmetici naturali. L’oggetto potrebbe essere:

“Ho creato la mia prima crema perché nessuna funzionava per me”.

Diretto, personale, e racconta già una micro-storia: c’è un problema (nessuna crema funzionava), una reazione (ne ho creata una io), e il lettore vuole sapere il resto.

Nel corpo dell’email racconti la tua storia:

Dopo un’email così, tutto quello che invierai in futuro avrà più peso. I tuoi consigli sembreranno più autorevoli, le tue offerte più credibili. Perché il lettore non sta più ricevendo email da un’azienda: sta ricevendo email da qualcuno di cui conosce la storia.

Email 3: la storia del cliente.

Le recensioni sono importanti, su questo non si discute. Ma c’è una differenza enorme tra cinque stelline con scritto “ottimo servizio, consigliato” e una storia completa che racconta il prima, il durante e il dopo.

Il principio è lo stesso che abbiamo visto all’inizio dell’articolo: la struttura Eroe-Ostacolo-Guida. Solo che l’eroe non è un personaggio inventato: è un tuo cliente reale, con un problema reale e dei risultati misurabili. 

Quando un potenziale cliente legge questa storia e si riconosce nella situazione di partenza, la call to action diventa quasi superflua: vuole già sapere come fare.

Immagina di vendere un servizio di gestione logistica per e-commerce. L’oggetto potrebbe essere:

“Da 47 resi al mese a 3: la storia di Marco”.

È specifico, contiene numeri, e promette una trasformazione concreta.
Nel corpo dell’email racconti la storia del tuo cliente:

Nota un dettaglio: la soluzione viene raccontata in modo sobrio (“niente di rivoluzionario sulla carta”). Non stai vendendo una magia: stai mostrando un risultato reale

Ed è proprio questo che convince. 

Un’email così è perfetta nella newsletter periodica o in una sequenza di vendita, appena prima del momento in cui chiedi al lettore di agire. Il lettore ti conosce già, gli manca solo vedere che qualcun altro ci è passato e ne è uscito. Ed è esattamente quello che la storia di Marco gli offre.

5 errori che rovinano lo storytelling nelle email.

Ora hai tre formati pronti da usare. Ma prima di sederti a scrivere, vale la pena sapere dove si sbaglia più spesso. Perché lo storytelling nelle email è semplice in teoria, ma nella pratica ci sono trappole in cui cadono quasi tutti, soprattutto all’inizio. 

Ecco le cinque più comuni.

  1. Mettersi al centro della storia.
    “Siamo nati nel 2005, abbiamo 200 dipendenti…” Non è storytelling: è un comunicato stampa. La storia del tuo brand interessa solo se la racconti attraverso un problema risolto, una scelta coraggiosa o un momento di vulnerabilità. Se il lettore non si riconosce, non legge.
  2. Troppe call to action.
    Ogni email dovrebbe chiedere di compiere una sola azione. Se nello stesso messaggio chiedi di visitare il sito, scaricare un PDF, seguirti sui social e approfittare di uno sconto, il lettore probabilmente non farà niente.
  1. Esagerare con il dramma.
    Lo storytelling commerciale non è un film di Hollywood. Leggere “Abbiamo attraversato l’inferno e siamo rinati dalle ceneri” è ridicolo in un’email aziendale. Siamo d’accordo, no?
    Leggere invece “I primi due prototipi erano un disastro” è credibile. Quello che funziona sono i dettagli concreti. Quello che non funziona (e devi evitare) sono le frasi fatte.
  2. Restare vaghi.
    I numeri e i dettagli specifici sono l’ingrediente segreto dello storytelling nel marketing. Se “Abbiamo migliorato i risultati del cliente” è generico e dimenticabile, “I resi sono scesi da 47 a 3 al mese” è concreto e memorabile. 
    Più sei specifico, più sei credibile.
  3. Inviare da un indirizzo generico.
    Una storia raccontata da “info@tuaazienda.it” perde tutta la sua forza. Cambia il mittente con una persona reale: il fondatore, il responsabile marketing, chi ha una voce riconoscibile. Il mittente è uno dei fattori più decisivi per l’apertura delle email, secondo solo all’oggetto.

Il design giusto per raccontare una storia: come preparare il template di un'email narrativa.

Se stai per scrivere la tua prima email narrativa, potresti pensare di aver bisogno di un template grafico elaborato. 

Ti do un consiglio: meglio di no. 

Più il design è elaborato, più l’email sembra una promozione. E le promozioni si scansionano, non si leggono.

Un’email piena di immagini, banner e colonne multiple comunica “questa è una promozione” prima ancora che il lettore legga una parola. 

Un’email testuale, con un layout pulito e tanto spazio bianco, comunica “questa è una persona che ti scrive“.

Pensaci: quando ricevi un’email che sembra scritta da una persona (tono diretto, niente banner, niente colonne) la leggi in modo diverso rispetto a una con cinque immagini e un bottone rosso lampeggiante. Segui questo principio quando crei le tue email narrative, quindi usa una colonna sola, un font leggibile, paragrafi brevi e tanto spazio bianco. 

Se un’immagine aggiunge qualcosa alla storia, inseriscila. Altrimenti, lascia che siano le parole a fare il lavoro.

Su Emailchef trovi un editor drag-and-drop pensato anche per questo tipo di comunicazioni: puoi creare email dal design pulito e professionale senza scrivere una riga di codice, e inserirle in sequenze email automatiche così da non dover inviare ogni email manualmente.

Come misurare se il tuo storytelling sta funzionando

Fin qui abbiamo parlato di storie, emozioni e immedesimazione. 

Ma lo storytelling nel marketing non è un esercizio creativo fine a sé stesso: è una strategia, e come ogni strategia va misurata

Il bello dell’email marketing, rispetto ad altri canali, è che ogni interazione è tracciata: sai chi ha aperto, chi ha cliccato, chi ha risposto, chi si è disiscritto. Non devi indovinare se lo storytelling funziona: lo vedi dai numeri. 

Ecco quali guardare.

  • Tasso di apertura. 
    In Italia la media si aggira intorno al 30-44% a seconda del settore. Le email narrative, accompagnate da un oggetto intrigante, tendono a superare questa media. Testa oggetti narrativi (“Come Sara ha risolto il problema in 48 ore”) contro oggetti classici (“Nuovo servizio disponibile”) e guarda quale dei due genera più aperture.
  • Tasso di clic. 
    La media è tra il 2% e il 3%. Se le tue email narrative hanno un CTR inferiore, il problema è probabilmente la call to action: deve nascere come conseguenza naturale della storia, non come interruzione.
  • Risposte dirette.
    Questo è un indicatore che molti ignorano. Le email narrative generano risposte perché le persone sentono di parlare con qualcuno, non con un’azienda. Se ricevi messaggi come “bella email” o “anche a me è successa la stessa cosa”, stai costruendo una relazione … e le relazioni vendono.
  • Tasso di disiscrizione. 
    Confrontalo tra le tue email narrative e le tue email promozionali. Se le persone si disiscrivono meno quando racconti storie, significa che aspettano le tue email invece di volerle eliminare.

Leggi anche: Email marketing: guida completa su open rate, click e altre metriche per aumentare l’engagement

⚠️ Un consiglio importante

Non confrontare una singola email narrativa con una singola promozione. Lo storytelling è una strategia a medio-lungo termine. Confronta i risultati su almeno 2-3 mesi, alternando email narrative a email promozionali, e valuta l’andamento complessivo di aperture, clic e vendite.

Hai già una storia da raccontare. Inizia da quella.

In questo articolo hai tutto quello che ti serve per iniziare: una struttura, tre approcci, tre formati di email e una lista di errori da evitare.

Ma il punto non è sapere tutto alla perfezione prima di scrivere la prima riga. Il punto è iniziare.

E il modo più semplice per farlo è partire dalla storia che conosci meglio: la tua. Perché hai creato la tua attività? Qual è stato il momento in cui hai capito che era la cosa giusta da fare? Cosa ti ha spinto a scegliere questa strada e non un’altra?

Quelle risposte possono diventare la tua prima email di storytelling. Scrivila come la racconteresti a qualcuno davanti a un caffè, inseriscila nella tua sequenza di benvenuto e guarda cosa succede.

Vendere raccontando storie significa costruire un rapporto di fiducia che nessuno sconto potrà mai comprare. Ci vuole più impegno, certo. Ma è una strategia che, in abbinamento ai canali social e a una buona piattaforma di email marketing, si ripaga con gli interessi.

Su Emailchef puoi creare email dal design pulito, impostare sequenze automatiche e monitorare le metriche di cui abbiamo parlato in questo articolo. 

Attiva la prova gratuita e scrivi la tua prima email narrativa oggi.

Immagine di Luca Marras

Luca Marras

Scritto da Luca Marras: CEO presso Emailchef, esperto di email marketing e email deliverability.

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